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20/05/14

Scrivo sempre delle stesse cose

Vado al Napoli Comicon e mi vien voglia di scrivere un post dopo tanto tempo. Torno a casa e dimentico di farlo. Quando mi torna in mente, devo rimandarlo perché ho da scrivere un articolo d'interesse ecclesiastico. Però, non posso rimandare all'infinito: il post ha una scadenza, o meglio una delle cose di cui vorrei parlare nel post ha una scadenza, quindi, devo scrivere entro un tempo limite per far sì che, seppure scritto male, possa essere quanto meno utile. Forse. Allora, scriviamo.



Indie. Bella come parola. L'ho usata spesso negli ultimi mesi (o erano gli ultimi anni?). Una parola di cui si è fatto un largo abuso da quando la cultura pop è esplosa. Di solito, la si accosta a una qualsiasi opera per denotarne la lontananza dalla corrente mainstream. O forse no?
Rimanendo nell'ambito del fumetto, nello specifico quello italiano, si usa definire indie qualsiasi produzione autonoma o non legata alle due (?) major (?), che identifico come Sergio Bonelli Editore e Panini Comics (avrei azzardato Disney Italia, ma l'hanno inglobata giusto qualche mese fa). Ora, se escludiamo queste due case editrici (la RW Lion non la cito perché è un semplice traduttore), in teoria, tutto ciò che è pubblicato dalle restanti è indie? Quindi, ci sarebbero in giro molti più titoli indie che mainstream? A quel punto, non sarebbe corretto dire, come già qualcuno sostiene, che l'indie è il nuovo mainstream siccome battono di numero gli avversari? Se proviamo a fare una classificazione di questo mare di indie, troviamo: opere bellissime, ma estreme che non vanno oltre una determinata nicchia di pubblico; opere commerciali capaci d'incontrare il favore di molti, ma che sono mal pubblicizzate e peggio distribuite; opere che era meglio non pubblicare; opere che in Francia o negli Stati Uniti venderebbero a tonnellate mentre, nel nostro bigotto paese, rimangono a prender polvere sugli scaffali. Da ciò, si potrebbe dedurre che il segreto dell'indie sia vendere poco o vendere male. Questo, però, non spiegherebbe il successo di alcuni giovani autori nati sul web e che, ora, spopolano nelle fumetterie e nelle edicole. Parlo di gente come Zerocalcare, Don Alemanno (Jenus) e Giacomo Bevilacqua (A Panda piace...).

Che mal di testa. E che noia. Perché mi sono cimentato in questo pezzo se la cosa non mi sta per nulla a cuore? Che c'importa di classificare ed etichettare tutto? Bello e brutto credo siano marchi più che sufficienti per qualsiasi prodotto, artistico e non, giusto? Credo mi convenga lasciare quel pseudo-studio lì dov'è e dedicarmi a ciò di cui volevo parlarvi fin dall'inizio, ovvero di pazzi che hanno deciso di far fumetti.

Per la categoria "fumetti belli, ma estremi, che una major italiana non pubblicherebbe mai", al Napoli Comicon ho conosciuto quelli della One Shot, collana della Bel-Ami Edizioni, in particolare, il deviato Marco Taddei, il diabolico Simone Angelini e il timido Davide Mancini. I primi due sono gli autori di "Storie Brevi e Senza Pietà" e "Altre Storie Brevi e Senza Pietà", due raccolte di...indovinate? Alcune funzionano molto più di altre, ma in tutte è presente la voglia di non volere affatto il compiacimento del lettore, tutt'altro. Con queste storie si punta a stordirlo, farlo star male, fargli comprendere di essere un fallito, una nullità, nell'arco di poche pagine il vostro io sarà spappolato, ma, almeno, avrete goduto con i disegni di Angelini. Delle due raccolte consiglio la seconda, più matura e con dei bellissimi diavoli all'interno. Ve la consiglio in coppia con "10 Lune vol. 1 - Preistoria", altra raccolta di storie brevi aventi come tema...indovinate? Tra gli autori, oltre all'introverso Mancini, figurano gentaglia a me molto simpatica come Spugna e Cammello. A differenza della precedente raccolta, queste storie non hanno come fine ultimo quello di farvi soffrire, puntano più sul fattore follia che si rispecchia tanto nella scrittura quanto nel disegno. Avrete affreschi di una preistoria a voi sconosciuta ma tanto vicina al nostro Terzo Millennio da far paura. Siamo sicuri di meritarci questo pianeta? I miei dubbi li ho sempre avuti.

Durante quegli incasinati e affollati giorni di Napoli Comicon, c'è stato anche la possibilità di incontrare vecchie conoscenze, conoscenze che, da qualche anno, gareggiano per la categoria "fumetti che piacerebbero a molti, ma che nessuno ci vuole produrre e distribuire". Parlo della Villain Comics e delle sue ormai numerose miniserie pubblicate in un formato simil-americano che per nulla piace ai nostri bonellidi editori. Perché tanto astio verso un formato comodo, ottimo dal punto di vista artistico e dal successo commerciale già assodato? Ai tipi della Villain ciò non importa e continuano a pubblicare nel loro formato preferito anche se, per una questione economica, tutti i fumetti, fatta eccezione per Nerd Uniti, sono in bianco e nero. Infatti, essendo un gruppo di giovani indipendenti da tutto e tutti, devono metter mano alle proprie piccole tasche per dar vita alle loro creazioni. Questo, però, non li ha mai fermati e i loro titoli hanno già superato la doppia cifra tra albi autoconclusivi e miniserie. I loro generi di riferimento sono molteplici: amano il western, l'horror, il trash da B movie anni '90, il sci-fi, senza, però, disdegnare l'introspezione e cercando di essere meno cazzari quando serve. Amano cucinare abbondanti insalate. Due opere autoconclusive di cui consiglio la lettura per saggiare la pasta di cui son fatti questi cattivelli sono: "Brutti, sporchi e cattivi", western e horror s'incontrano per una serratissima serie di pistolettate e palettate di frassino disegnate in maniera sublime; e "L'Anna Kournikova", un noir che ti cattura e ti trascina a suon di minacce fino alla fine riuscendo a essere originale nonostante l'abuso che si è fatto del genere.

Infine, c'è un progetto di cui vorrei parlarvi, quello in scadenza, l'unico che non ho conosciuto al Napoli Comicon, bensì sul web. La categoria potrebbe essere simile alla precedente, anche se sarebbe più adatta "professionisti che decidono di vedersela da soli per evitare qualsiasi diatriba con gli editori". Perché Emanuele Tenderini e Linda Cavallini sono due professionisti con un curriculum bello cicciotto, ma per Lumina hanno preferito fare una scommessa tramite una pratica molto utilizzata negli ultimi tempi: il crowdfunding. Se non sapete cos'è, dovreste attivarvi un po' e, dopo averlo fatto, potreste andare sulla pagina della campagna di Lumina per scoprire cosa vi stavate perdendo. Siamo al rush finale, mancano una decina giorni e c'è poco meno della metà dei fondi ancora da raccogliere, ma ce la possono fare. Lumina non è affatto il primo progetto italiano a utilizzare questa piattaforma, né sarà l'ultimo, ma è quello di cui mi va di parlarvi ora poiché catturato dalla magia di quei colori, anzi, dalla magia dell'intera opera. Il mondo creato da Tenderini e Cavallini è un mondo fantastico dalle molteplici influenze e la maniera in cui hanno deciso di renderlo su carta è semplicemente sublime. Con le mie parole, però, non posso che sminuire il loro operato, quindi, fareste meglio ad andare direttamente sulla pagina della campagna e vedere con i vostri occhi.

Indie is the way? Molto probabile. Quanto meno, è la strada che permette alla creatività di vivere ancora e di non soccombere sotto l'incessante pressione del merchandising, delle trasposizioni, delle richieste del pubblico, delle tette e delle esplosioni. Nulla in contrario con tette ed esplosioni, per carità, ma bisogna sapere usare anche quelle.




Come sempre, i link utili sono sparsi nel post. State tuonati.


MMS

1 commento:

  1. Sono totalmente fuori tempo per commentare, però condivido la difficoltà di inseguire le idee dei post!! Avessimo più tempo e forza di volontà! :) ti aspetto!

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