Translate in your favourite language! :-P

20/05/13

[FumoIndie] Bau! Bau! BANG!


Dovevo fare un post su I Randagi, altro fumetto di quei tipacci della Villain Comics, ma mi hanno anticipato offrendolo gratuitamente sul loro blog e scrivendo tutto lo scrivibile. Tutto tranne il fatto che il suddetto fumetto è la parodia canina di questo. Ed è tamarro uguale. Ed è figo lo stesso. Leggetelo qui e non ve ne pentirete. O meglio, non potrete pentirvi, altrimenti vi sparano. Chi? Quelli chi mi stanno puntando una p

18/05/13

[OpOp] L'uomo con i pugni di trash

Tamarro e trash non sono sempre sinonimi di scarsa qualità. I Metallica, ad esempio, suonavano trash metal. So che in realtà si tratta di thrash metal, ma mi andava solo di precisare il classico "l'apparenza inganna". Così come alcuni spot pubblicitari.




I più si sono fatti tradire dalla dicitura Quentin Tarantino presenta credendo d'incappare nel secondo film in un anno del maestro (sono film mica cheeseburger). I meno hanno creduto a un posto in produzione per il Signore del Pulp. Infine, il tutto si è rivelato essere solo un enorme segno di affetto nei confronti dell'amico (e, ora, anche collega) RZA concedendogli (gratuitamente?) un bel po' di pubblicità. Che uomo!

L'uomo con i pugni di ferro è un film che vede per la prima volta alla regia RZA, già leader del Wu-Tang Clan e autore delle colonne sonore di diversi lungometraggi, tra cui anche qualche opera del Quentin internazionale, nonché autore del soggetto del film in questione e co-sceneggiatore insieme a Eli Roth, altro membro della crew di Tarantino.

L'uomo con i pugni di ferro è proprio lui, RZA, che è un fabbro, che fabbrica armi, che uccidono tutti, buoni e cattivi. Questa cosa non piace a lui umile fabbro con l'obiettivo di guadagnare denaro a sufficienza per poter permettere a Lady Silk/Jamie Chung, la sua amata, di finirla con il lavoro di meretrice presso il bordello di Madame Blossom/Lucy Liu e poter fuggire insieme, andare a vivere in campagna e metter su famiglia . Purtroppo per loro, il villaggio in cui vivono diverrà presto teatro di numerose e feroci battaglie. Il nobile Gold Lion è tradito e ucciso da Silver Lion/Byron Mann, il quale gli succede alla reggenza del clan Lions iniziando una guerra con i Wolfs per, poi, rubare un'ingente quantità di oro dalle casse dell'Imperatore. Venendo a conoscenza della prematura morte di suo padre, X-Blade/Rick Yune interrompe il suo viaggio di nozze per tornare a casa e punire i colpevoli mentre un'altra spedizione punitiva, guidata dai temibile guerrieri Gemini, arriva direttamente dalla capitale. Insomma, Silver Lion riesce a far confluire su di sé alcuni tra i guerrieri più potenti della Cina ed è per questo che il suo consigliere Poison Dagger gli consiglia (ma va?) di ingaggiare il nerboruto mercenario Brass Body/Batista (sì, il wrestler) giusto per avere una freccia in più al suo arco. E nell'attesa dell'inevitabile tempesta, un misterioso bianco che risponde al nome di Jack Knife/Russel Crowe si presenta squarciando in due parti un obeso criminale.

La trama così come gli intrecci non sono di certo originali, ma il mix di folklori dona loro quel tocco in più: ambientazioni e personaggi (la maggior parte) di stampo asiatico si mescolano in una storia che ricorda molto le guerre tra le gang afroamericane dell'Harlem. Ma la sceneggiatura non è il punto di forza di questo film (d'altronde, Eli Roth ha scritto Hostel) così come non lo è la recitazione: basti pensare che Batista fa la figura di Marlon Brando se paragonato a RZA, il quale è inespressivo al punto da rendere non-tragica l'unica scena vagamente drammatica del film. Il cavallo di battaglia di questa pellicola è la regia. Sul serio. Una regia non perfetta, ma certamente di ottimo livello che deve molto a Tarantino. Le scene di combattimento, per quanto trash siano, ci vengono confezionate con classe da una telecamera che raramente sbaglia con  l'alternanza di ottimi stuntman a enormi quantità di effetti speciali. Molte chicche tecniche fanno capolino sul finale del film dove il regista si sbizzarrisce tra riprese dall'alto e split screen. La tamarraggine, a volte, sfocia in un leggero splatter, anche se l'aspetto gore è il meno curato. A rendere ancora più cafone il tutto è la stupenda colonna sonora rap schiaffata su questi panorami cinesi provocando l'effetto fuori contesto, ma che ti gasa al pari della cavalcata di Django & co. sulle note di 100 Black Coffins.

Cosa dovrete aspettarvi da questo film? Nessun messaggio, nessun capolavoro, nessuna maestria, nessuna citazione aulica. Questo è un film tamarro, trash, cafone e volgare ma di quelli fatti bene. Ciò che dovrete fare è starvene seduti sulla vostra poltrona e godervi 96 minuti di action movie con i controgazzi. La location, probabilmente, aiuta anche ad attutire l'effetto americanata e a distogliere l'attenzione dal già visto. Nessun Bruce Willis che spara e fa esplodere mondi mentre cammina in maniera flemmatica vomitando aforismi più finti della laurea di Oscar Giannino. Ci sarà sangue, ci sarà violenza, ci doveva essere anche amore ma per quello RZA avrebbe dovuto dare un cazzotto alla megalomania tipica degli afroamericani, farsi da parte e ingaggiare un buon attore come protagonista visto che i soldi li ha. Ma l'amore non c'è e non ci dispiace affatto. Ci sono i cazzotti di ferro, i cazzotti di trash. E c'è anche un momento alla Dragon Ball.

Prossimamente su questi schermi: un fumetto trash scritto da amanti del trash. Che trashata!
State tuonati!



MMS

15/05/13

[SiamoSerial] Alla carne non si comanda

Di film sulla Seconda Guerra Mondiale e sul Vietnam ce ne sono a iosa. Lo stesso vale per libri, serie tv, videogiochi, fumetti e quant'altro. D'altronde, sono ambientazioni che offrono infiniti input per qualsiasi tipo di storia regalando allo scrittore bombardamenti e mitragliate sempre utili per riempire buchi di sceneggiatura. Ma quante opere si concentrano invece sul dopoguerra? Un periodo che dona spunti ben più interessanti rispetto alla guerra in sé visto la mole di (brutte) storie che anche solo il nostro piccolo e misero paese ci può offrire (per fortuna, gli italiani che furono registi degni di tal nome se ne accorsero). Cosa avviene dopo che l'inferno ha mietuto milioni di vittime sulla Terra? Ci sarà la pace o anch'essa è stata uccisa dalla guerra? Si potrà tornare a vivere felici? O più semplicemente a vivere? E l'economia delle nazioni? La politica? Chi sono i vincitori e chi i vinti?
Masticazzi! Meglio sparare a raffica sul nemico.
La situazione peggiora ancora di più se si parla di invasione zombie. Essendo un evento frutto di fantasia, non esistono neanche le basi su cui poter ambientare un eventuale post-invasione. D'altronde, perché farlo? Ripetere i cliché e gli stereotipi frutta sempre soldi e, quando i cliché sono finiti, basta cambiare le carte in tavola e rovinare le cose creando zombie che corrono, zombie che parlano, personaggi che, nonostante vivano nel terzo millennio e posseggano due iPhone, quattro laptop e dieci cacciavite elettrici, non sanno cosa sia uno zombie non avendo mai letto o visto nulla su queste creature che, in questi bellissimi mondi inventati, non sono conosciuti prima dell'invasione in sé. Bella!
Fortuna che esistono gli inglesi.





In the flesh è una serie tv della BBC ambientata a Roarton, contea di Lancashire, Inghilterra. Kieren Walker, il protagonista, era, come tanti altri, uno zombie. Ho usato il passato perché l'invasione zombie che ha riportato in vita milioni di persone nel mondo si è conclusa grazie alla scoperta di una cura alla malattia denominata PDS (Partially Deceased Syndrome), così Kieren, come tanti altri non-morti, è stato portato in uno dei numerosi centri specializzati dove gli zombie sono recuperati e riabilitati per la vita in società. Un po' come dovrebbero utopisticamente fare le case circondariali. Comunque, i problemi di uno zombie curato sono tantissimi: si va dall'eccessiva pallidezza della pelle e degli occhi (problema facilmente ovviabile tramite l'uso di lenti a contatto e abbondanti quantità di trucco) all'essere perseguitati dai sempreverdi fanatici che desiderano ardentemente ucciderti nonostante tu non rappresenti più un pericolo per l'uomo. Per Kieren, inoltre, i problemi iniziano già dalla famiglia. I genitori sono felici di aver ritrovato il loro figlio perduto (a.k.a. morto) ma non accettano del tutto il fatto che il loro bambino sia "speciale". La sorella minore Jem, invece, in quanto membro del HVF (Human Volunteer Force), milizia che ha combattuto durante l'invasione e che, ora, si è ridotta a quei fanatici di cui sopra, lo ripudia e non riesce ad accettare la sua presenza. In questo idilliaco scenario, si staglia anche la tetra presenza di una sorta di messia zombie che, tramite videomessaggi anonimi diffusi su internet, invoca la rivoluzione degli affetti di PDS nei confronti di un'umanità che non vuole altro che sottometterli e ucciderli condendo i suoi discorsi con i tradizionali "questa non è una malattia bensì un dono di Dio" e "siamo una razza superiore" o giù di lì.

L'invasione zombie, in questo caso, è un semplice pretesto per dare il via a una storia drammatica e profonda, ricca di sottotrame e colpi di scena. Come in qualsiasi scenario di dopoguerra, c'è chi identifica ancora il diverso come il nemico, piccole società distanti dai grandi centri urbani continuano a vivere sotto l'egida di un regime militare che stona con la pace diffusa nel resto del paese. Lo sceneggiatore Dominic Mitchell sfrutta in modo ottimale l'ambientazione provinciale facendo leva su quelli che verrebbero definiti gli stereotipi delle cittadine rurali anche se tanto stereotipi non sono (tutta colpa del politically correct). In fondo, chi siamo noi per decidere chi è buono e chi no? Chi può vivere e chi invece è degno solo della morte? La paura è l'unico motore che ci spinge ad uccidere. La paura di morire, di perdere qualcosa, la paura dell'altro, del diverso. E quando questa paura s'insidia fin sotto la pelle, nelle nostre fibre, all'interno delle nostre ossa, quando questa paura diviene parte di noi, quando inizia a scorrerci nel sangue, è difficile ricacciarla. Un avviso agli amanti di Romero: questo telefilm non vuole essere un horror con gli zombie. E non vuole neanche essere una seduta di psicanalisi. Siamo di fronte a una storia che fa leva sulle emozioni individuali e intime che spesso cozzano con le dinamiche della comunità in cui viviamo, fanno a botte con le nostre tradizioni, emozioni positive che devono lottare con il terrore dei mostri interiori, sempre più pericolosi di chi è mostruoso esteriormente. Ma avremo a disposizione anche sequenze ricche di tensione, sotterfugi e inganni e anche qualche bel psicopatico. Anche se psicopatico non è il termine esatto visto le articolate dinamiche emotive e psicologiche dei vari personaggi. Rispondono all'appello anche l'amore e il sesso e una storia d'amore, in particolare, sembra essere il traino di numerose vicende anche se rimaniamo nel campo delle supposizioni visto che lo scrittore non ha voluto darci una conferma esplicita.

L'unica nota dolente è che questa serie si risolve in tre puntate da un'ora. Non che sia impossibile un proseguimento, anzi numerosi intrecci sono lasciati in sospeso, ma, nel corso degli episodi, veniamo trasportati in maniera, oserei dire, dolce (non fraintendetemi però) dalla sapiente regia di Jonny Campbell, il quale ci culla fino alla fine del terzo episodio donandoci un bellissimo finale che potrebbe senza alcun problema rappresentare la definitiva conclusione della serie. Confido, però, in un altro paio di stagioni giusto il tempo di poter ammirare nuovamente i panorami meravigliosamente cupi delle campagne britanniche mentre respiro a pieni polmoni l'odore di carne in putrefazione.

E dopo questo dramma, preparatevi a un post carico di tamarrraggggine (melius abundare quam deficere). Viva il varietà.

State tuonati!



MMS

10/05/13

[FumoIndie] Villain's home - Part 2

No, non sono monotoni, è che zombie e vampiri sono da sempre un classico. Erano un classico fin dalla loro nascita. Ma un classico di quelli seri che se non conosci vivi male, mica come Il vecchio e il mare che vivi male se lo conosci. Comunque, giusto per dare un soggetto al mio monologo



Il regno dei morti è una miniserie targata Villain Comics con i testi di Stefano Marsiglia e Michele Monteleone per i disegni (copertina e interni) di Mauro Belfiore. Si tratta di un fumetto horror (la cover non lascia dubbi) e action, un'azione, però, diversa da quella tamarra tanto cara ai Villani e molto più vicina ai survival horror tanto cari alla Sony.
Il regno dei morti non è un bel posto in cui vivere se sei un essere umano. La catastrofe ha mutato gli equilibri del nostro mondo. Le città sono ormai deserte e la popolazione umana decimata, l'unico luogo dove è possibile trovare vita (più o meno) è nelle roccaforti possedute dai Signori vampiro. In questo nuovo mondo, si è ristabilita una società di tipo feudale in cui i vampiri comandano e posseggono esseri umani che fungono sia da manodopera che da cibo, in cambio della possibilità di vivere, riprodursi e invecchiare, gli umani sottostanno ai vampiri, i quali offrono loro protezione dall'esterno. Al di fuori delle mura di queste cittadelle, infatti, vi sono creature temute anche dai succhiasangue: gli zombie. Probabilmente, nati come conseguenza della catastrofe, prosperano distruggendo tutto ciò che è vivo. Anche i vampiri hanno difficoltà nell'affrontarli dato il loro spropositato numero. In questa fantastica cornice, s'inseriscono Kurt e Lena, una coppia che decide di cercare un riparo da tutte le brutture di questo orribile mondo dove poter far crescere il loro figlio prossimo alla nascita. I due vogliono provarci, ma è evidente che l'amore ha accecato la loro capacità di giudizio riguardo la tetra realtà che abitano. Non ci vuole molto affinché un vampiro cacciatore li catturi entrambi per portarli alla roccaforte del suo Signore. Da qui in poi, i due saranno il traino della storia tra fughe, tradimenti, diplomazia subdola e morti (ovviamente). Nel secondo numero (uscito quest'anno a Napoli, mentre, il primo, era già in vendita a Lucca), invece, il fuoco della narrazione si allarga dando spazio a tutto il mondo di comprimari e antagonisti per, poi, fare un fulmineo zoom sulla coppia in tempo per il cliffhanger mozzafiato nonché decisamente cinematografico.
Il secondo numero è scritto solo da Marsiglia mentre a disegnarlo è sempre del bravissimo Belfiore. La sua tecnica pittorica va a inibire la velocità di alcune tavole, cosa, però, impercettibile quando un artista ti lascia estasiato per la pulita e composta bellezza di ogni singola vignetta. Il secondo numero stacca di molto il suo predecessore donandoci un tratto più maturo e concreto, che meglio ancora si adatta alle cupe atmosfere della storia, e una costruzione delle tavole molto più ordinata. Infine, non bisogna avere un occhio di falco per scovare gli omaggi più o meno famosi che Belfiore lascia in tutto il fumetto.

Come dicevo, monotoni non sono. Hanno un pallino, ma neanche più di tanto. In fondo, a chi non piacciono gli zombie?



La prossima volta, breve pausa per un post che avrei dovuto scrivere settimane or sono, dopodiché torniamo dai cattivi.
State tuonati!



MMS

09/05/13

[FumoIndie] Villain's home - Part I

Che in questo caso la home è la mia e loro ci tornano dopo un anno circa. Non che siano stati con le mani in mano, ma, non essendo io andato a Lucca e non avendo potuto acquistare online i nuovi fumetti (mettiamola così), ho dovuto aspettare il Napoli COMICON 2013 per fare incetta di tutte le novità in un colpo solo. Ma non mi è mica dispiaciuto. I ragazzi, quest'anno, erano più simpatici e organizzati anche se decisamente fattoni (cit. Bruno Letizia). Ovviamente, avrete capito che sto parlando di quei tipacci della Villain Comics, marchio indipendente che ha la pretesa di rivoluzionare il fumetto italiano (a detta mia). I ragazzacci si sono così evoluti che hanno anche creato un blog tutto loro dove, tra le altre cose, postano interessanti anteprime dei loro albi a venire e di quelli già venuti (pardon). Ora, però, credo sia il momento di iniziare il recupero recensioni opinioni arretrate.



Se sei vivo spara! (n°2, anche se loro non lo scrivono) scritto e disegnato dal mitico Bruno Letizia con cover dell'amicone dei Villain Fabio Listrani. Questa seconda cover l'ho apprezzata molto più rispetto alla precedente, ma chiariamoci: non ho nulla contro la preziosa arte di Listrani, il problema è che non riesco a digerire bene gli esseri umani disegnati tramite grafica 3D. Dei tre libri che compongono Megalex di Jodorowsky, ad esempio, ho letto con maggior piacere il terzo poiché Beltran abbandona il disegno digitale per tornare alle classiche matite da bande dessinnée (così mi sono sparato anch'io la posa da lettore intellettuale come tanti altri blogger radical chic).
Ritorniamo a noi, anzi a Lion, il protagonista della storia che, in questo secondo numero, affronta un zompiro (l'ho battezzati così) molto più fetente rispetto al primo. La lotta ardua e tumultuosa ci è ben mostrata da Letizia che sacrifica qualche sfondo e paesaggio per donare maggior dinamicità alle tavole. Il fumetto sarebbe solo una lunga sequenza di botte se non fosse per il flashback, il quale, questa volta, ci mostra un passaggio del passato di Lion ancora più importante ai fini della trama. Ed è per questo motivo che, dopo la tamarrissima ma sempre superba esplosione dello zompiro, l'albo si conclude con un cliffhanger mozzafiato che ci costringerà ad attendere con ansia il prossimo numero.
Western e horror tornano a reclamare l'attenzione dei lettori in una nuova edizione, infatti, dopo il successo del precedente COMICON, i Villain sono diventati così ricchi da accantonare la carta aerosolubile su cui hanno stampato i loro primi fumetti per preferirne una decisamente migliore e più resistente. Peccato che la basso porosità vada ad intaccare tavole come quelle del flashback dove l'effetto è donato dalla mancanza di china sulla matita. Poco male. Il prodotto rimane di elevata qualità e ottimamente confezionato. Letizia ci ha convinto per la seconda volta!

Dopo questa toccata e fuga, nel prossimo post, avremo ancora mostri targati Villain Comics.
State tuonati!



MMS

05/05/13

[NuffSaid] Il gusto dov'è?

Che il concetto in generale di gusto così come quello di buonsenso non appartengano a questo secolo, è cosa risaputa. Ma il perseverare sui propri errori, soprattutto se sei una delle più potenti case editrici in Italia, è da stupidini.
Io adoro Luca Enoch, mi è molto piaciuto il romanzo a fumetti Dragonero e cerco di dare sempre fiducia alle nuove proposte della Sergio Bonelli Editore, ma quando mi combina cose di questo tipo


come fai a passarci su?
Questa dovrebbe essere la copertina del primo numero di un nuovo mensile della Bonelli. Il primo mensile fantasy, un fumetto su cui Enoch e soci lavorano da anni. Le copertine hanno l'obiettivo di creare attrattiva, una persona x deve guardare la copertina e desiderare di sfogliare il prodotto. Ci sono disegnatori che hanno una "capacità innata" per le copertine, artisti capaci di farti amare il fumetto (o il libro) grazie a una singola tavola (provate a cercare su Google Massimo Carnevale o Yuko Shimizu). Dopo, arriva il turno dell'editor che deve impaginare e confezionare il prodotto in modo da renderlo finito. O, perlomeno, dovrebbe supervisionare questa fase portata avanti da un grafico o chicchessia. Alla Bonelli, evidentemente, certe frivolezze non interessano. Il disegno di cui sopra è minimalista e ci presenta il protagonista (si presume) e il primissimo piano di un'enorme lucertola che possiamo supporre sia un drago solo se riusciremo a fissare l'orribile cover il tempo necessario per arrivare a leggere il titolo. Come ciliegina sulla torta abbiamo un'impaginazione povera, misera, triste, ecc.. Com'è possibile che nel 2013 si pubblichi una cosa del genere? Sì, la Bonelli ha una sua politica editoriale ben precisa, una politica che contempla un sito orrido come questo. Una politica vincente fino a ora, ma siamo sicuri possa durare? Personalmente, acquisterò il fumetto perché seguo il progetto da tempo, conosco i nomi coinvolti e posso affermare che sono sinonimo di sicurezza e ho apprezzato quello che possiamo definire il prologo alla serie, ma non credo che una persona random che va in edicola (inoltre, il fatto che si acquistano i fumetti in edicola non riesco proprio a capirlo), ignara del lavoro che c'è dietro (e dentro) sarà attirata dal prodotto.

Perché siamo così antichi? Ci lamentiamo del governo, dei politici, di chi comanda, ma non ci rendiamo che siamo vetusti sotto qualsiasi punto di vista. Il vecchiume ci circonda e abbiamo paura di rinnovarci. Poor Italy!


MMS

04/05/13

[FumoIndie] Quando gli zombie parlano troppo

Ahimè, il primo fumetto indie che ho acquistato e provato non mi ha convinto a sufficienza. Può darsi che io sia troppo cagazazzo pignolo, ma preferisco essere schietto e non addolcirmi solo perché gli autori sono miei compaesani dato che scrivo aggratis. Quando, poi, verrà il giorno in cui mi pagheranno per scrivere ciò che altri vorranno, vi riempirò di palle, siate pur certi.





47 Dead Man Talking dell'Art Steady (i singoli artisti che hanno partecipato al fumetto sono troppi, quindi, vi rimando al loro blog) vuole essere un divertissement  e lo si può intuire fin dal sottotitolo Chapter I: Vrenzole VS Zombie. 47 narra di un'invasione zombie ambientata nella città di Napoli ma la storia non sfocia nella critica sociale di I am legend (il libro) e non è provvista della profondità e dell'accuratezza di The Walking Dead (il fumetto). La novità di 47 sono anzitutto le vrenzole, le vajasse, termine che sarebbe eccessivamente riduttivo tradurre con tamarra, e la loro innata capacità di sbudellare orde di non-morti. La lettura procede spedita tra pallottole, katane (ormai sono ovunque, anche nei Quartieri Spagnoli), gag più o meno divertenti, omaggi e citazioni senza alcun intoppo anche se la narrazione non è del tutto fluida visto il numero esagerato di balloon presente in alcune tavole, tavole che, tra l'altro, sono di un formato inferiore al bonellide nonostante la ricchezza di dettagli di ognuna di esse. Poi, c'è il fattore folkloristico che è da sempre un'arma a doppio taglio, infatti, se da un lato alcune battute in napoletano servono a donare il giusto colore alle vrenzole e a far sorridere il lettore, dall'altro citazioni fuori luogo, buttate lì per fare numero, di Totò e altri stridono come fa il sottoscritto quando Cuadrado colpisce il palo dopo aver scartato tre difensori (sì, tifo Fiorentina). Come già detto, l'opera non ha obiettivi aulici, la trama è pressoché assente e la caratterizzazione dei personaggi ridotta all'osso, ma il reparto grafico è di tutto rispetto: si alternano cinque disegnatori differenti ognuno abile nel lasciare la propria impronta senza però snaturare il lavoro fatto da chi li ha preceduti e che ci regalano anche una nutrita gallery di sketch riguardanti il making of dei protagonisti e delle diverse tipologie di zombie.

In definitiva, si tratta di un buon n°0, un buon numero di partenza per presentare gli artisti e l'opera anche se 15 pagine di fumetto effettivo sono poche, soprattutto se il prezzo è inadeguato per una così bassa foliazione di un albo in formato minibonellide. Pur essendo indie, si poteva fare di meglio. Ma i ragazzi sono grintosi e sono sicuro miglioreranno, basta leggere la prefazione al fumetto e dare uno sguardo al blog per capire che sono trainati da una forte passione oltre che da anni di studio. D'altronde, sono anche bendetti dal bravissimo Vincenzo Cucca che ha disegnato per loro la copertina di quest'albetto. Spero di sentir ancora parlare dei ragazzi dell'Art Steady. Anzi, spero di poterne parlare nuovamente. In meglio.

Con questo post ho solo rotto il ghiaccio: altre pseudo-recensioni sono pronte per darvi il tormento.
State tuonati.



MMS

03/05/13

[NuffSaid] Organizzazione, organizzazione

Non sono un organizzatore di eventi (il mio diciottesimo compleanno sono riuscito a organizzarlo solo grazie all'aiuto dei miei genitori) ma sono sicuro che non sia stato fatto un buon lavoro lì in quei giorni. Non sono un esperto di statistiche e numeri in generale, ma sono piuttosto certo che quelli di quest'anno doppiavano i loro predecessori. Non sono neanche un architetto, ma che qualcosa non quadrasse in quel posto l'avevo notato.

Mi riferisco all'ormai andato Napoli COMICON 2013 e a tutto quel che è stato. Anzi, non tutto, solo il peggio. Ne son passati di giorni, ma due parole sulla mattanza volevo scriverle. La mattanza.
Come già detto in un precedente post, io ero provvisto di un accredito stampa. L'accredito, quest'anno, aveva un codice QR che andava letto come i pacchi di cereali alla cassa del Carrefour. Tutto ciò che dovevo fare, quindi, era avviarmi all'entrata accrediti, mostrare il codice, farlo sparare, entrare. Tempo stimato: 35 secondi. Tempo d'attesa: pressoché nullo siccome gli accrediti (in proporzione) sono pochi. Invece, credo di averci impiegato 45 minuti. Non posso esserne totalmente sicuro perché quando ti immergi nella folla perdi la cognizione del tempo e dello spazio. Perché tutta quella folla davanti all'ingresso accrediti? No, non erano tutti giornalisti, ma, più semplicemente, si trattava del famoso gregge allo sbando.
Pochi Cartelli appesi ai cancelli della mostra segnalavano BIGLIETTERIA, INGRESSO ACCREDITI, ENTRATA e ACCREDITI. Qualche transenna posizionata casualmente indicava la fila per le biglietterie, ma le prevendite online? Quest'anno non dobbiamo convertirli? Entriamo direttamente? Ma dove? Panico e delirio ai cancelli. Orchi in calore che si ammassano per fare incetta di carne umana o, quanto meno, cercano di capire da dove entrare per l'abbuffata occupando così tutte le entrate possibili, anche quella per gli accrediti. Ecco i miei 45 minuti. E le biglietterie? Le biglietterie, com'è consuetudine, non avevano i biglietti. Sprovviste di stampante, mandavano un topolino antropomorfo per rifocillarsi di ticket, ma lui, poverino, con quelle manine, non poteva portare più di una decina di biglietti alla volta. E gli orchi attendevano impazienti e sudanti. Soprattutto sudanti. Poi, non si sa come né perché, le transenne svaniscono e la fila non esiste più: da questo momento in poi vige la legge del più forte. Avete presente il Gods of Metal? Ottimo. Ovviamente, lo staff del COMICON si è accorto immediatamente dell'improponibile bolgia che si era venuta a creare e ha mandato un rappresentante munito di megafono ad annunciare l'apertura di un ulteriore ingresso a Viale Kennedy, a pochi metri di distanza dalla Mostra d'Oltremare. Scusate, ho sbagliato. Non è uscito nessun rappresentante in megafono, hanno scritto uno stato su Facebook. Infatti, io, mentre vengo schiacciato dai cosplayer dei Power Rangers nel tentativo di palpare le tette alla cosplayer di Lara Croft, controllo la pagina di Facebook del COMICON senza dimenticarmi di spintonare i miei vicini per cercare di sfiancarli fisicamente, superarli e arrivare per primo alla biglietteria. Ovvio così come è ovvio che i braccialetti per l'abbonamento finiscano già il secondo giorno. Perché di certo non si aspettavano così tante persone iniziando l'evento in un giorno di festa nazionale. Inoltre, i braccialetti di plastica costano e non si poteva rischiare una spesa troppo grossa.

Dopo circa 3000 battute siamo entrati. Ora? Il COMICON non ama indirizzare i suoi utenti, i visitatori del COMICON devono essere curiosi e intelligenti e trovare da soli le attrattive dell'evento. Il Salone è strutturato in modo da evitare le mostre (installate in una maniera orrenda) e le sale incontri. L'Auditorium te lo devi cercare tu e gli annunci vocali e scritti sono proibiti. Per non parlare del fatto che tra gli ospiti del Salone internazionale del fumetto non potevano mancare i comici di Made in Sud da sempre vicini alla nona arte. Figurati che hanno anche fatto venire a piovere la sera del concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Ma loro hanno suonato unplugged al chiuso per i pochi rimasti. Tiè!

Insomma, io mi sono divertito, ho fatto belle conoscenze, buoni acquisti, ottimi litigi, ma ho avuto l'impressione che il motto dell'organizzazione fosse "Hai pagato e sei entrato? Mo' so cazz' re tuoj!", il che non è molto gratificante. Io non dico che sia errato che si paghino l'Audi con quest'evento, anzi, sarei felice di acquistarla anch'io, ciò che mi fa rodere è la mancanza di cura dei dettagli. Che dettagli non sono, ma mi va di giustificarli dicendo che io sono troppo pignolo. Il COMICON non è un concerto, un mattatoio o un bordello, è un Salone e come tale dovrebbe essere trattato. Spazi organizzati in modo adeguato, indicazioni, mostre degne di questo nome, non dover essere obbligati a picchiare altri esseri umani per entrare. L'unica mia perplessità risiede nel fatto che proseguendo con la politica di quest'anno, trai visitatori non ci saranno altro che quindicenni vestiti da Rufy e del fumetto a nessuno interesserà più nulla. E neanche del cinema d'animazione e contemporaneo. Spero che quello di quest'anno sia stato solo un abbaglio e che potrò godermi al meglio l'edizione 2014.

Dopo quest'inutile digressione, sono pronto a dedicare qualche post agli acquisti della fiera che sono stati essenzialmente fumetti indie (sia polentoni che terroni) e qualche offertissima su roba americana. Inoltre, torneranno a trovarci dei vecchi amici.
Stay tuned (che mi piace tradurre "State tuonati" perché suona simpatico nella mia testolina).



MMS