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22/01/13

Streghe bianche e fate romane



Anche questa volta, ho giocato una demo a pochi giorni dall'uscita del gioco ufficiale con l'aggravante che l'ho fatto di notte durante la sessione d'esami anziché riposare il mio piccolo e debole cervello. Cattivo me!
Comunque, seppur brevemente, volevo parlarne sul mio umile blog. Di cosa? Credo che l'immagine qui sopra sia abbastanza chiara.

La demo di per sé è stressante. Possiamo scegliere di iniziare il gioco in due momenti differenti (uno un po' più avanzato dell'altro) e fare quello che vogliamo, ma avendo a disposizione solo 25 minuti di tempo. Sembrerebbero molti, ma, in realtà, tra presentazioni e dialoghi e caricamenti, il tempo vola e tu non sai neanche come si chiama il protagonista! Fortuna che il mio piccolo cervello riesce a raccogliere dati in modo abbastanza veloce anche senza l'ausilio di Wikisiasantificatochitihacreatopedia.

Per quanto concerne la trama, posso solo dirvi che Oliver, il protagonista, è un bambino la cui madre muore. L'ultimo regalo che la defunta fa a suo figlio è un pupazzo che, bagnato dalle lacrime del piccolo, prende vita liberandosi da un qualche incantesimo e ritornando a essere Lucciconio, il re delle fate. Il doppiaggio italiano è inesistente ma la stranissima parlata del fatato re è stata resa piuttosto bene, nei sottotitoli, con un simpatico romanesco. Comunque, non sappiamo come e perché, ma Oliver viene trasportato dal suo nuovo amico in un altro mondo poiché (indovinate) è il salvatore tanto atteso. Ma la Strega Cinerea, tanto bella nell'aspetto, si rivelerà cattiva d'animo e pronta a sguinzagliare contro i nostri due eroi Shadar, una qualche specie di mago oscuro che rende cattivi tutti i buoni. Tipo Majin Bu per intenderci. Inutile dire che a Oliver e Lucciconio si affiancheranno diversi personaggi tra cui la cugina bianca di Jasmine, ma, viste le mie numerose lacune riguardo la trama, meglio passare al piano tecnico.

I mitici sviluppatori della Level-5 confezionano un JRPG con un sistema di combattimento molto dinamico e vicino agli ultimi Final Fantasy e la grafica degli ultimi Dragon Quest. Infatti, ricordiamo che proprio gli ultimi capitoli di questa famosa saga videoludica così come perle del calibro di Rogue Galaxy e Dark Cloud sono state tutte prodotte da questo immenso sviluppatore indie che ha come presidente un uomo del calibro di Aikiro Hino, il quale figura spesso come "regista" o sceneggiatore dei suoi prodotti e Ni No Kuni non fa eccezione. Tornando al gioco, la grafica e le musiche, inutile a dirlo, sono spettacolari, e il sistema di combattimento, seppur ostico e noioso in principio a causa dell'esiguo numero di attacchi e incantesimi, con l'avanzare del gioco, diventerà decisamente esaltante. Caratteristica importante del gameplay è la presenza di famigli (che credo siano le fate di cui Lucciconio è il re) da poter far combattere al nostro posto. I nostri pet potranno anche salire di livello e potenziarsi, mangiare per accrescere le proprie abilità e cambiare forma con l'ausilio di particolari pietr, un po' come i Pokémon per intenderci.

Infine, il piatto forte del videogioco, non che il resto sia da meno, sono i filmati a cura dello Studio Ghibli, sì, proprio quello del Maestro Miyazaki. E credo di poter affermare che, sebbene il Maestro non sia presente in prima persona, le presentazioni raggiungono ugualmente picchi notevoli di qualità oltre ad essere velatamente mature come solo i giapponesi sanno esserlo sfruttando un medium tanto bistrattato come quello dei cartoni animati. D'altronde, se il capo è Hayao, i dipendenti non possono essere da meno, un po' come la Gabe e la Valve. Detto ciò, non ho null'altro da aggiungere se non questo: se amate gli anime, i JRPG e la poesia, regalatevelo. Difficilmente ne rimarreste delusi. Il trailer ve lo confermerà.






MMS

21/01/13

Qualche scatenata annotazione




Di pezzi sull'ultimo film di Quentin Tarantino ne troverete a migliaia navigando su internet in questi giorni. Questo non sarà uno dei tanti né uno al di sopra dei tanti né qualsiasi cosa vogliate pensare sui tanti. Quel che scriverò saranno delle annotazione sul film che io trovo rilevanti e degne d'attenzione. Ovviamente, se mi sbaglierò, sarò lieto di essere corretto e viceversa, anche se, in questo caso, non c'entra per un cazzo. Inutile dirlo ma meglio ribadirlo: se non avete visto il film, meglio che evitiate la lettura di quel che segue.



  • La stretta di mano di Schultz. Questa è una "sequenza tipo" di Tarantino, una delle tante che lo ha reso famoso. Il momento in cui un personaggio, per un capriccio o ingrippo, scatenerà quella che sarà la sparatoria con maggior presenza di sangue e bossoli di tutto il film. In quest'ultima opera, però, quello di Schultz non è un semplice capriccio quanto un qualcosa di molto di più profondo, tra il ribrezzo e il disgusto sfiorando l'odio, che si tramuterà nell'ennesima vendetta. L'uccisione di Candie in quanto schiavista e sfruttatore di "mandingo" nasce dall'irrefrenabile desiderio di dar giustizia, seppure nella morte, ai neri massacrati dal proprietario di Candieland. Tarantino, però, vuole arrivarci gradualmente a questa condanna a morte. Infatti, il finto dentista, nella prima parte del film, sembra essere il personaggio quanto più lontano dai sentimentalismi e affini. Tutto inizia a cambiare dal primo incontro con Di Caprio durante la lotta dei mandingo nella scena con Franco Nero. Lì inizia una sorta di "inversione dei ruoli" tra Django e Schultz: il primo da buono e impaurito diventerà freddo e temerario, il secondo subirà la sorte opposta. Ma, mentre per il pistolero nero il passaggio è abbastanza chiaro, per il germanico cacciatore di taglie la cosa non riesce mai fino in fondo. Dicevamo lotta dei mandingo. Uno dei due ha la meglio sull'altro e, dopo avergli spezzato un braccio, gli cava gli occhi e spacca la testa con un martello sotto ordine di Candie. In entrambi i casi, non solo non vediamo l'atto in sé, ma la faccia terrorizzata di King Schultz ci viene offerta in un secondo piano sfocato dietro a un molto più attraente Candie in veste di fomentatore. Attenzione, non dico che per mostrare la violenza bisogna sempre metterla in primo piano, ma azione e reazione (occhi cavati e Waltz terrorizzato) dovevano essere più enfatizzati per farci recepire questo primo messaggio che, inoltre, risulta ancor più debole quando appare la seconda volta. I nostri sono ormai prossimi a Candieland ma si fermano in strada perché uno schiavo è appena fuggito dalla magione. Sappiamo tutti (spero) cosa succede, quindi, andrò al dunque: qui, la violenza dei cani che sbranano il nero ci viene mostrata molto chiaramente, ma, ancora una volta, non veniamo a conoscenza della reazione del tedesco se non attraverso due rapide battute tra Di Caprio e Foxx. A questo punto, la scena della stretta di mano è solo un tentativo in calcio d'angolo per recuperare in pochi minuti quello che voleva/doveva essere costruito in un modo molto più articolato. E neanche il suo rifiuto nell'ascoltare Beethoven suonato da degli esseri indegni della sua arte ci salverà dalla difficile comprensione di quella scena. Per una volta che l'ingrippo tarantiniano era più complesso del solito, mi spiace dirlo, ma, il nostro regista non ha saputo essere all'altezza di sé stesso.


  • La resa di Django. La fantastica sparatoria nella hall di Villa Candie si conclude quando Django svuota i tamburi tutte le pistole a sua disposizione e sua moglie viene presa in ostaggio da Stephen e i "suoi uomini". La situazione è abbastanza complicata. Il nostro eroe è disarmato, ma ben nascosto, però, la Washington è tenuta ancora una volta in ostaggio. Il capo della servitù propone un patto al pistolero nero, ma sappiamo bene, già a quel punto del film, quanto possa essere infimo e crudele quell'uomo. Django, a quel punto, non può più tirarsi indietro ed esce allo scoperto cedendo al richiamo dell'amore, che è anche il motore della sua vendetta e di tutto il film. Ormai, siamo sicuri: appena uscito dallo stanzino verrà crivellato di colpi al punto da essere irriconoscibile dopo la morte. Invece, no. Django sopravvive e Stephen, mantenendo la sua parola, non fa del male a lui e a sua moglie. Personalmente, ho già trovato questa svolta un po' troppo buonista. Attenzione (e due), non dico che il film sia troppo buono o che Tarantino sia troppo buono o altro, dico semplicemente che, sì, il film doveva finire con l'eroe vincitore e tutto il resto, ma questa scena mi puzza troppo di sbagliato. Ma andiamo avanti. Quentin Sempre sia lodato Tarantino decide di far scampare la scena del mi hanno reso un emmenthal a quel figo di Foxx. D'accordo, ma dopo? Dopo mi aspetterei le peggiori atrocità del mondo, mi aspetterei che questi rozzi criminali del sud degli Stati Uniti gli scaricassero addosso tutte le loro frustrazioni che covano da dentro fin dalla prima comunione. Invece, danno ascolto a quel nero di Jackson optando per una pena molto più nobile e Novecentesca del dovuto, quasi decontestualizzata da tutto il resto del film. A me, non è quadrato. Che, poi, tutto quello che n'è scaturito è stato una goduria, non c'è dubbio, ma si è trattata di una goduria forzata.


  • Sex & violence. Non dico che, se non c'è del sesso in un film, esso non sia un buon film, ma quando ci vuole ci vuole. Django è stato mandato a morire (secondo loro), Candie è stato sotterrato e Broomhilda che fine fa? Viene portata in una tuttora anonima e incustodita casupola da due uomini che la lasciano sola lì dentro senza neanche chiudere la porta con un lucchetto. Ma dico: siete o non siete delle bestie? Perché non la violentate visto che sarà la sua fine sarà quella di soddisfare sessualmente i mandingo combattenti? Perché tanta clemenza inopportuna per una donna che è stata la morte di tanti vostri amici? E la casa da dove spunta fuori? Neanche un lucchetto o un idiota a guardia? Non vado al cinema per farmi le seghe, ma se mi dipingi i personaggi in una certa maniera, voglio che siano credibili fino in fondo al pari della storia.

  • Strani colpi di scena. So che lo erano già i due precedenti, ma, questa volta, mi riferisco ad un colpo materiale: quello che colpisce Lara Lee, la sorella di Candie, sul finale del film. Dopo aver ucciso tutti gli uomini del re di Leonardo, a Jamie non rimane che far fuori la sorella del boss e il suo fido servo. Siccome la vendetta va goduta lentamente pezzo per pezzo su un piatto d'argento e preferibilmente fredda, meglio far fuori la donna di casa e prendersi tutto il tempo che si vuole per uccidere Stephen lo stronzo. Ma quando Django spara Lara vengono immediatamente infrante tutte le regole della fisica e del credibile. Non che le altre sparatorie del film o del cinema in generale siano vere e strettamente legate alle leggi della natura, ma quello sparo è tremendamente goffo e sbagliato! Lei vola evidentemente tirata indietro da dei cavi o simili in una direzione che, oltretutto, non era quella della pallottola della pistola incriminata. L'unica nota positiva è che sulla sceneggiatura originale quella scena era diversa e a me piace pensare che Quentin l'abbia dovuta modificare per cause di forza maggiore. Sì, sarà stato sicuramente questo.


Ora, siete liberi di non credermi dopo tutto quel che ho scritto, ma a me il film è piaciuto e lo ritengo anche un ottimo film. Inferiore a Inglourious Basterds e, ovviamente, ai suoi capolavori, ma pur sempre l'opera di un grande maestro del cinema. Non ho scritto questo post per essere la voce fuori dal coro, ma per dar sfogo a delle piccolezze che per nulla mi sarei aspettato da uno dei miei idoli. Tutti crescono e tutti sbagliano, inutile illuderci, l'importante è farlo sempre con classe. Oltretutto, queste sbavature avvengono tutto sul finale del finale quando sono tutti stanchi e spossati per le riprese, giusto? Non dico che il finale sia sbagliato, ma di certo non ci è arrivato nel migliori dei modi. Se, invece, a sbagliare sono io, tanto meglio: correggetemi.

Tornando al mio idolo, forse, tra gli Oscar dovrebbero inserire anche quello per la Miglior Sequenza perché è proprio nelle singole scene che Tarantino dà il meglio di sé. Memorabile, in questo film, tutta la sequenza con Don Johnson che si conclude con quel superbo discorso sui buchi nei cappucci  o, ancora, la scena nello studio privato in casa Candie quando avviene il ribaltamento dei ruoli tra servo e padrone, per non parlare della sequenza del viaggio verso Candieland nel momento in cui, durante una panoramica a lato dei personaggi, parte il pezzo rap di Rick Ross senza dimenticarci del monologo di Di Caprio con l'amletico teschio. Potrei ancora andare avanti, ma sarebbe superfluo perché le migliori scene le conoscete già anche voi e il mondo intero.
Come al solito, ad essere scatenato è Tarantino stesso.
Lunga vita al re del pulp!


Cita anche nelle foto!


MMS

13/01/13

Animali Fantastici: Dove Trovarli


Qualcuno potrebbe accusarmi di aver rubato il titolo ad un forse-non-troppo-noto-libro, anzi, un pseudobiblium. No, non è propriamente corretto. Vi è un'impercettibile differenza che mi salva la faccia. Spero.
Comunque, Rowling a parte, oggi vi voglio parlare di alcuni animali particolari. "Ma va?" Ora, non aspettatevi che vi parli di chissà quale strana creatura trovata in un remoto angolo del nostro pianeta o che scriva un pamphlet filosofico per speculare sull'uomo come animale istintivo e selvaggio. Parlerò di fumetti anche oggi. Quindi, per chi si fosse illuso, mi spiace, ma la X è in alto a de...




I segreti di Burden Hill
Testi: Evan Dorkin
Disegni: Jill Thompson
Edizione: Bao Publishing


Beasts of Burden, titolo originale tradotto nel ben più noioso I segreti di Burden Hill, è, come leggete poco più sopra, un fumetto scritto da Evan Dorkin, autore di opere come Dork! e Milk and Cheese e Mask e un paio di serie su Bizarro (credo abbiate capito il genere), e disegnato da Jill Thompson, già disegnatrice di Sandman e Invisibles. Avete letto i nomi di tutte le opere che vi ho citato fin ora? Ottimo. Cancellatele dalla vostra mente e andiamo avanti.

BoB è una di quelle serie fortunate, quelle che nascono un po' per caso, molto per la bravura degli autori e abbastanza per il riscontro del pubblico. A Evan Dorkin, molti anni fa, fu commissionata una storia a fumetti di 8 pagine da inserire in un'antologia horror. Dorkin incominciò a lavorare su di una casa infestata, niente di più banale, quando, un giorno, gli venne l'illuminazione: e se ad essere infesta fosse una cuccia? Subito si mise all'opera sulla sceneggiatura buttando giù anche qualche schizzo. Ma se l'idea era buona, il suo disegno proprio non si adattava a quel tipo di storie. Fortunatamente, sapeva a chi rivolgersi: gli acquarelli di Jill Thompson che aveva potuto ammirare anni addietro sulle pagine di Scary Godmother (in Italia, Strega Madrina edito sempre per la Bao). Evan contattò Jill chiedendole di venirgli in soccorso con i suoi acquarelli, lei accettò, la storia fu pubblicata e fu un successo enorme al punto che ne scrissero un'altra un po' più lunga, poi, un'altra ancora e un'altra la volta dopo finché Beasts of Burden non divenne una miniserie a cadenza regolare.


Roba che neanche Good Fellas


Ma voi vi starete chiedendo di cosa racconta questa serie per riscuotere un così grande successo. Beh, è stato più volte chiarito che, mentre noi non ci troviamo in casa, i nostri animali domestici non stanno mica lì a trastullarsi tutto il giorno con la coda e la pallina di gomma e le federe del divano. Cani e gatti hanno problemi ben più grandi da affrontare, come, ad esempio, fantasmi, streghe, negromanti e lupi mannari. Ed è contro questi e molti altri pericoli che (da sinistra a destra) Pugsley (il preferito di Jill), Ace, Jack, Whitey, Rex e il gatto Orfano si troveranno a lottare, grazie anche all'indispensabile aiuto della società dei Cani Saggi, mentre gli umani intorno a loro, anche coloro i quali combattono i medesimi mostri saranno ignari di tutto. Questo volume, pubblicato in Italia nel 2009 (se non sbaglio), vi farà emozionare, commuovere e divertire, ma soprattutto vi colpirà per le sue bellissime storie che prendono vita grazie al sublime lavoro della Thompson.
E quest'anno uscirà il secondo volume che vedrà i nostri eroi a quattro zampe affiancati da Hellboy.


Se non avete visto neanche il film di Del Toro, siete FUORI!


Poi, non dite che non vi avevo avvertiti.
Ma non è finita qui! Ho recuperato questa serie solo recentemente grazie ai pazzi sconti della Bao, ma, in contemporanea, stavo leggendo un altro fumetto con protagonisti altri animali fuori dal comune.



War of the Woods
Testi e disegni: Matthew Petz
Edizione: Creator Owned in distribuzione su Comixology


Matthew Petz. Chi è? Da quel poco che ho trovato su di lui, è un colorista che ha lavorato in DC e per varie case editrici indipendenti (attualmente colora Strange Attractors per l'Archaia). Questa è la sua prima esperienza sia ai testi che ai disegni a quanto pare. La prima volta che crea un fumetto completamente suo. Infatti, nessun editore gli ha dato fiducia al punto da fargli prendere la decisione di pubblicarsi da solo su Comixology, quindi, in digitale, risparmiando così sulle grandi spese, che spesso si traducono in perdite, che un'edizione cartacea avrebbe comportato. Non che non ci sia dignità nell'autopubblicarsi, anzi, io amo l'indie, ma non capisco come un soggetto e delle tavole del genere non siano piaciute a nessuna casa editrice.

Vi ricordate il fumetto di cui avete letto poco fa? Beasts of Burden? Bene. Sostituite agli animali domestici degli animali da bosco quali lontre, tartarughe cervi e gufi. Fatto? Ottimo. Ora, eliminate la componente mistico-esoterica e al suo posto inserite una cosina chiamata fantascienza condita con alieni del tipo brutti e cattivi. Fatto? Stiamo andando alla grande. Infine, se aggiungete il mostro misterioso a cui nessuno osa avvicinarsi e il prescelto, avrete solo una vaga idea di quello che è questo fumetto. Un'avventura dai sapori epici con protagonisti lontre guerriere, gufi saggi, tartarughe inutili e dei ferocissimi alieni classe La Covata che poi sarebbero la copia spudorata di Alien di cui, tra l'altro, potete leggere una simpatica parodia in salsa Rat-Man pubblicata recentemente da Leo Ortolani (ma va?). Purtroppo, la prima stagione si è risolta in modo piuttosto frettoloso e con un grosso dispendio di dialoghi atti a creare le fondamenta della saga che, però, hanno tolto spazio all'azione. Ma, dalla seconda stagione in poi, sono sicuro che la storia sarà tutta in crescendo.
I disegni sono di stampo realistico e, anche se non perfetti, si fanno apprezzare e riescono a donare non solo un'ottima caratterizzazione dei vari personaggi (forse, risultano un po' deboli con gli alieni) ma anche degli splendidi paesaggi.

Altro da aggiungere? Solo questo: iscrivetevi a Comixology se non l'avete già fatto e acquistate immediatamente questa serie.


A breve sui vostri schermi.


Avrei voluto completare questo post con WE3 di Grant Morrison, ma, quando ho deciso di acquistarlo, mi sono reso conto che era esaurito. E no, non m'interessa l'edizione lussuosa della Lion, lo preferisco in lingua originale, quindi, attenderò. Non cascherà mica il mondo. Vero?
Vero?
Vero?


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11/01/13

Figlio di buona donna ma di cattivo padre





Ho scaricato la demo un mese fa, ma l'ho giocata solo oggi a 4 giorni dall'uscita. I motivi sono gli stessi che mi hanno portato a tralasciare per un po' il blog. Motivi inesistenti. Quindi, li sorvoleremo.

Sarò anche impopolare, ma il nuovo Devil May Cry mi ha convinto. Dante compreso.

Analizziamo prima il lato storico.
DMC ha avuto quattro titoli più un anime che preferirei tralasciare e il solito spin-off non interessante perché su una piattaforma diversa dalle console Playstation.
I primi due titoli portano avanti una bella storia con personaggi carismatici (primo tra tutti il protagonista) e tanta azione ben fatta. Spadate che si alternano a pistolate che lasciano il posto a demoniate il tutto in salsa arcade game con livelli lineari e un voto finale calcolato in base al tempo impiegato, oggetti utilizzati, combo e altro.
Poi, è arrivato il terzo capitolo che, in realtà, era il prologo ai primi due. Standing ovation. Tanta bella roba. Si scoprivano le origini del mito ma non si tralasciava l'azione e l'esperienza di gioco.
Infine, sono uscite le console di nuova generazione e la Capcom non ha resistito alla tentazione di offrirci il figlio di Sparda in versione blu-ray. Quello che è scaturito da questa voglia insensata è stato un titolo fruibile solo dagli appassionati della saga per la sua mediocrità con un timido tentativo di allontanare il marchio dalla defigura di Dante che, però, dopo le focose proteste dei fan, ha portato ad una sorta di divisione del gioco in due parti: nella prima, comandiamo un nuovo personaggio, Nero, un giovincello scapestrato molto simile a Dante; nella seconda, comandiamo Dante. Dire che tutto il progetto era da buttare nel cesso a piè pari non credo sia esagerato.

Arriviamo ai giorni nostri.
Cosa succede? La Capcom ha capito la lezione e cosa fa? Ragazzi, dobbiamo rassegnarci: questo è il secolo, se non il millennio, dei reboot. Eroi del cinema, dei fumetti e dei videogiochi stanno morendo per resuscitare in vesti più consone a questo periodo. Sarà dovuto al fatto che, ad oggi, l'uomo ha creato tutto e il contrario di tutto? O questa è solo una scusa per impigrirci e lavorare meno? Una scusa per non muovere quelle quattro sinapsi che riusciamo a far entrare in contatto nel nostro cervello?
Tralasciamo tutto il resto e torniamo a noi. DMC rebootta. Intendiamoci, creare qualcosa ex novo sarebbe stato meglio, ma, in un certo senso, è quello che è stato fatto. La Capcom ha voluto innovare, ma non troppo, conservando un brand e le sue copie vendute assicurate ma cercando di offrire qualcosa che possa definirsi diverso e fresco. Mica scemi.
Di Dante, Vergil e amici non si sarebbe potuto raccontare altro. Anzi, non si sarebbe dovuto già dopo il terzo capitolo. Allora, cosa fare? Conservare l'idea e cambiare la forma. Dante è sempre figlio di Sparda e di Eva, ma quest'ultima è un angelo e non una semplice umana. Dante e Vergil, quindi, oltre ad avere un aspetto diverso rispetto alle loro controparti storiche, sono dei Nefilim, incroci tra angeli e demoni così come demoni sono i nemici di Dante, anche se diversi da quelli classici. I nuovi esseri infernali sono creature che vivono tra gli uomini, tra di loro, con loro e, soprattutto, al di sopra di loro guidandoli subdolamente. Il capo di questi demoni, Mundus, cercherà di fermare Dante trasformando addirittura il mondo di gioco rendendolo ostile al nostro protagonista. La nuova location della serie, una classica città americana, si trasformerà continuamente in un limbo, una parodia della città stessa, una sua versione distorta e caotica, una città stile Inception ma molto più psichedelica. E psichedelica sarà anche l'azione.

La dualità della natura del nostro eroe ci permetterà di effettuare combo e mosse speciali sempre nuove. Oltre alla classica spada e alle fedeli Ebony & Ivory, Dante potrà combattere con un'angelica falce, veloce ma debole, e una demoniaca ascia, lenta ma spaccacrani. I poteri donatici dai nostri genitori serviranno anche per spostarci sulla mappa, accedere a luoghi segreti, effettuare grap o combinazioni di combo a catena, mosse speciali contro i boss, insomma, non si limiteranno al compitino di casa. La grafica è ad alti livelli e le texture dei personaggi li caratterizzano fin nei minimi dettagli. La fisica è Unreal Engine, ma si tratta sempre di un hack'n'slash, quindi, non aspettatevi chissà cosa. I video e i doppiatori sono da urlo così come i vari personaggi, primo tra tutti il misterioso capo di The Order, gruppo terroristico che combatte contro Mundus e i suoi demoni.

Insomma, la demo è durata molto poco, ma ho avuto la possibilità di gustare un ottimo antipasto che mi ha aperto lo stomaco, il quale, ora, reclama a voce alta il resto delle portate.
Capcom e DMC mi hanno convinto così come i ragazzi della Ninja Theory, sviluppatore di questo e di altri due titoli che hanno riscosso un enorme successo. Se il problema, per molti, si riduce al fatto che Dante è un ragazzino con i capelli castano scuri corti, non so che farci. Hanno stuprato Lara Croft ma nessuno ha detto niente perché è bona come sempre ma spara di più. Se questi sono videogiocatori...

P.S.: il gioco è provvisto di un doppiaggio in italiano che non mi è sembrato di altissimo livello, ma che, fortunatamente, mantiene l'originale volgarità a iosa. E non fate gli ipocriti. Tutti i nostri più grandi eroi, sia giapponesi che americani, dicono parolacce a palate. Le parolacce sono il sale di molti dialoghi. L'importante è saperle misurare. O forse no...




MMS

09/01/13

Erotismo e pedagogia a suon di miti



Odissea nera. Ecco quello che ho passato, il motivo per cui non ho più aggiornato il blog. Da circa un mese io ho un problema con...ok, basta. A chi la do a bere? Non ho aggiornato il blog perché non ho scritto altri post e non ho scritto altri post perché non l'ho fatto. Punto. Sono successe molte cose, ma il tempo c'è stato e non l'ho sfruttato in modo adeguato. Adesso, però, sono tornato, quindi, basta con la solita premessa pseudo-simpatica e passiamo al sodo. Si ricomincia.


Fantastico omaggio di Jorge Coelho

Odissea Nera
Testi e disegni: AA. VV.
Editore: Passenger Press

Inizio col dirvi che il box con lo sketch lo potrete avere solo se andrete a Lucca Comics 2012 con una macchina del tempo, se andrete al Festival del fumetto di Angouleme con una macchina normale o se parteciperete alla campagna Indiegogo di cui già vi parlai qui e che è prossima alla fine. Discorso identico per ricevere la stampa erotica di Adriano De Vincentiis, fumettista italiano emigrato in Francia che è già stato definito l'erede di Milo Manara. Ovviamente, parliamo del Manara zozzone.


Le sirene secondo Adriano De Vincentiis


Dicevamo, Odissea Nera. ON è una trilogia erotica. Dite che s'intuiva dall'immagine qui sopra? Posso dirvi che ci sono copertine di serie Marvel e DC ugualmente zozze e disegnate peggio, ma questa è un'altra storia. Questa trilogia erotica ha tre diversi protagonisti anche se, come vedremo, il terzo episodio potremo definirlo un crossover: Abbiamo Ulisse, già protagonista della ben più nota Odissea di Omero, suo figlio Telemaco e la moglie Penelope. Il filo conduttore delle tre storie, però, non sarà solo la lussuria. Eros e amore s'intrecceranno nelle vicende dei tre mitologici eroi, ma saranno provvisti entrambi di una forte componente pedagogica e utili alla crescita e alla maturazione dei personaggi, maturazione che li porterà all'inevitabile fine di questo viaggio, l'utopica conclusione di un poema di formazione dalle tinte molto forti. L'erotismo, quindi, non è utilizzato come mera scusa per attirare pubblico e vendere il prodotto a migliaia di ragazzini in piena pubertà. Volendo essere sinceri la PP non ha neanche la forza per farsi così tanta pubblicità, fatto che la costringe sempre a puntare sulla qualità delle pubblicazione. Fino ad ora, non hanno sbagliato un colpo. Vendono poco, è vero, ma non è certo colpa loro, bensì del mercato. E il mercato siamo noi, ma anche questa è un'altra storia.

Il viaggio di Telemaco è scritto da Alessandro Cremonesi e disegnato da Christian G. Marra, che è anche il Direttore Editoriale della PP. Telemaco è il personaggio che più colpisce poiché è colui il quale si forma più concretamente crescendo pagina dopo pagina. In principio, è uno stupido ragazzetto che fugge da una madre che odia perché ha instaurato una sorta di regno dell'amore lesbo, abolendo gli uomini dalla sua terra, e parte alla ricerca di un padre di cui, in realtà, non sa molto oltre alle sue leggendarie gesta tramandate oralmente. Telemaco, però, finirà col diventare, grazie alla sua maturità più che all'aiuto divino di Atena, un uomo forte capace di demolire gli idoli che non gli permettevano di camminare a testa alta e di affrontare il mondo intero di petto senza più alcuna paura infantile.

L'odissea di Ulisse, invece, vede ai testi Valentino Sergi, che è anche ideatore del progetto, e alle matite Jorge Coelho, che è colui che mi ha disegnato quel magnifico sketch sul box! Questa storia è, tra le tre, quella più vicina alle vicende classiche, anzi ci offre la versione originale di quegli avvenimenti: Odisseo, infatti, aveva taciuto molte delle cose accadute realmente durante il suo ritorno a casa. E così, quegli eroi che persero la rotta per un capriccio divino, diventano delle belve che stuprano e sterminano per il tornaconto personale, per i soldi e per soddisfare quell'insistente prurito al membro. Ma il figlio di Laerte cadrà così in basso che solo l'amore puro e verginale di una giovane donna potrà scaldargli il cuore al punto da destarlo da quel brutale torpore e farlo tornare finalmente a casa. Questa storia è certamente quella dal maggiore impatto visivo, sia per la crudezza delle scene che per l'epicità dei disegni dell'artista portoghese.

Infine, il compito di narrare le vicende della Regina Penelope è toccato ad Adriano Barone, ottimo autore di fumetti e libri come L'Era dei Titani e Zentropia, che ha sceneggiato per i disegni di Alain Poncelet. Dopo essersi straziata e aver pianto per giorni interi a causa della partenza del marito per la guerra di Ilio, Penelope comprende di esistere, di essere anche senza di lui così come tutte le altre donne i cui mariti erano partiti per lottare o anche quelle ripudiate poiché rifiutarono di legarsi a un uomo. Tutte le donne, Penelope ha riunito sotto il suo regno, un nuovo regno democratico fatto di amore (anche carnale) e di pace. Ma a Ulisse questa cosa proprio non va giù, non solo il suo regno è un enorme bordello ma scopre che l'intera popolazione femminile di Itaca è stata con sua moglie. Tra minacce e offese, i due sposi litigano e Odisseo viene cacciato da quella che era la sua terra. Fortunatamente, Telemaco, il più grande tra i tre, riesce a far conciliare i suoi genitori, riunire, quindi, la famiglia e instaurare un regno che...vale la pena acquistare l'opera per scoprirlo.

Come sempre, l'edizione è curatissima e stupenda anche solo al tatto. Ovviamente, leggerla non può fare che renderla ancora più bella nonché dare un senso concreto alla spesa effettuata. Io v'invito a leggerla: non sarà l'opera dell'anno, ma è una novità, una ventata d'aria fresca in questo mercato italiano che non sempre riesce ad emozionarci a dovere. Lunga vita all'indie con la speranza che il pubblico permetta a queste piccole realtà di crescere sempre più.


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