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15/05/13

[SiamoSerial] Alla carne non si comanda

Di film sulla Seconda Guerra Mondiale e sul Vietnam ce ne sono a iosa. Lo stesso vale per libri, serie tv, videogiochi, fumetti e quant'altro. D'altronde, sono ambientazioni che offrono infiniti input per qualsiasi tipo di storia regalando allo scrittore bombardamenti e mitragliate sempre utili per riempire buchi di sceneggiatura. Ma quante opere si concentrano invece sul dopoguerra? Un periodo che dona spunti ben più interessanti rispetto alla guerra in sé visto la mole di (brutte) storie che anche solo il nostro piccolo e misero paese ci può offrire (per fortuna, gli italiani che furono registi degni di tal nome se ne accorsero). Cosa avviene dopo che l'inferno ha mietuto milioni di vittime sulla Terra? Ci sarà la pace o anch'essa è stata uccisa dalla guerra? Si potrà tornare a vivere felici? O più semplicemente a vivere? E l'economia delle nazioni? La politica? Chi sono i vincitori e chi i vinti?
Masticazzi! Meglio sparare a raffica sul nemico.
La situazione peggiora ancora di più se si parla di invasione zombie. Essendo un evento frutto di fantasia, non esistono neanche le basi su cui poter ambientare un eventuale post-invasione. D'altronde, perché farlo? Ripetere i cliché e gli stereotipi frutta sempre soldi e, quando i cliché sono finiti, basta cambiare le carte in tavola e rovinare le cose creando zombie che corrono, zombie che parlano, personaggi che, nonostante vivano nel terzo millennio e posseggano due iPhone, quattro laptop e dieci cacciavite elettrici, non sanno cosa sia uno zombie non avendo mai letto o visto nulla su queste creature che, in questi bellissimi mondi inventati, non sono conosciuti prima dell'invasione in sé. Bella!
Fortuna che esistono gli inglesi.





In the flesh è una serie tv della BBC ambientata a Roarton, contea di Lancashire, Inghilterra. Kieren Walker, il protagonista, era, come tanti altri, uno zombie. Ho usato il passato perché l'invasione zombie che ha riportato in vita milioni di persone nel mondo si è conclusa grazie alla scoperta di una cura alla malattia denominata PDS (Partially Deceased Syndrome), così Kieren, come tanti altri non-morti, è stato portato in uno dei numerosi centri specializzati dove gli zombie sono recuperati e riabilitati per la vita in società. Un po' come dovrebbero utopisticamente fare le case circondariali. Comunque, i problemi di uno zombie curato sono tantissimi: si va dall'eccessiva pallidezza della pelle e degli occhi (problema facilmente ovviabile tramite l'uso di lenti a contatto e abbondanti quantità di trucco) all'essere perseguitati dai sempreverdi fanatici che desiderano ardentemente ucciderti nonostante tu non rappresenti più un pericolo per l'uomo. Per Kieren, inoltre, i problemi iniziano già dalla famiglia. I genitori sono felici di aver ritrovato il loro figlio perduto (a.k.a. morto) ma non accettano del tutto il fatto che il loro bambino sia "speciale". La sorella minore Jem, invece, in quanto membro del HVF (Human Volunteer Force), milizia che ha combattuto durante l'invasione e che, ora, si è ridotta a quei fanatici di cui sopra, lo ripudia e non riesce ad accettare la sua presenza. In questo idilliaco scenario, si staglia anche la tetra presenza di una sorta di messia zombie che, tramite videomessaggi anonimi diffusi su internet, invoca la rivoluzione degli affetti di PDS nei confronti di un'umanità che non vuole altro che sottometterli e ucciderli condendo i suoi discorsi con i tradizionali "questa non è una malattia bensì un dono di Dio" e "siamo una razza superiore" o giù di lì.

L'invasione zombie, in questo caso, è un semplice pretesto per dare il via a una storia drammatica e profonda, ricca di sottotrame e colpi di scena. Come in qualsiasi scenario di dopoguerra, c'è chi identifica ancora il diverso come il nemico, piccole società distanti dai grandi centri urbani continuano a vivere sotto l'egida di un regime militare che stona con la pace diffusa nel resto del paese. Lo sceneggiatore Dominic Mitchell sfrutta in modo ottimale l'ambientazione provinciale facendo leva su quelli che verrebbero definiti gli stereotipi delle cittadine rurali anche se tanto stereotipi non sono (tutta colpa del politically correct). In fondo, chi siamo noi per decidere chi è buono e chi no? Chi può vivere e chi invece è degno solo della morte? La paura è l'unico motore che ci spinge ad uccidere. La paura di morire, di perdere qualcosa, la paura dell'altro, del diverso. E quando questa paura s'insidia fin sotto la pelle, nelle nostre fibre, all'interno delle nostre ossa, quando questa paura diviene parte di noi, quando inizia a scorrerci nel sangue, è difficile ricacciarla. Un avviso agli amanti di Romero: questo telefilm non vuole essere un horror con gli zombie. E non vuole neanche essere una seduta di psicanalisi. Siamo di fronte a una storia che fa leva sulle emozioni individuali e intime che spesso cozzano con le dinamiche della comunità in cui viviamo, fanno a botte con le nostre tradizioni, emozioni positive che devono lottare con il terrore dei mostri interiori, sempre più pericolosi di chi è mostruoso esteriormente. Ma avremo a disposizione anche sequenze ricche di tensione, sotterfugi e inganni e anche qualche bel psicopatico. Anche se psicopatico non è il termine esatto visto le articolate dinamiche emotive e psicologiche dei vari personaggi. Rispondono all'appello anche l'amore e il sesso e una storia d'amore, in particolare, sembra essere il traino di numerose vicende anche se rimaniamo nel campo delle supposizioni visto che lo scrittore non ha voluto darci una conferma esplicita.

L'unica nota dolente è che questa serie si risolve in tre puntate da un'ora. Non che sia impossibile un proseguimento, anzi numerosi intrecci sono lasciati in sospeso, ma, nel corso degli episodi, veniamo trasportati in maniera, oserei dire, dolce (non fraintendetemi però) dalla sapiente regia di Jonny Campbell, il quale ci culla fino alla fine del terzo episodio donandoci un bellissimo finale che potrebbe senza alcun problema rappresentare la definitiva conclusione della serie. Confido, però, in un altro paio di stagioni giusto il tempo di poter ammirare nuovamente i panorami meravigliosamente cupi delle campagne britanniche mentre respiro a pieni polmoni l'odore di carne in putrefazione.

E dopo questo dramma, preparatevi a un post carico di tamarrraggggine (melius abundare quam deficere). Viva il varietà.

State tuonati!



MMS

6 commenti:

  1. Fantastico! Ogni volta in cui leggo la recensione di una serie che ho amato, è un po' come rivederne un episodio. Spero di trovare il tempo per scrivere la mia, prima o poi! :-)

    Aspetto il post tammarro!!!

    (@ancheicialtroni)

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    1. Spero che il post ti piaccia al di là del fatto che ti sia piaciuta la serie. :P
      Il post tamarro arriverà quanto prima! ;)

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  2. Non so cosa ci faccia quella M in più in tamarro, ma ormai te la tieni :-p

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  3. Concordo! Sia sulla superiorità degli inglesi attualmente sia per il fatto che il tutto sia stato concentrato in poche puntate, purtroppo solo 3. Prodotto ben fatto e recensione come sempre dettagliata <3 ps = Ciao Musca :*

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    1. Grazie mille e long live the Queen!

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